Dare consigli su come scrivere un libro è un’operazione delicata. Partendo dal presupposto che scrivere è un’azione primordiale che tutti, nel bene e nel male, impariamo sin da tenera età, la vera domanda da porsi – e a cui rivolgere i fatidici consigli – è, come si fa a portare avanti un progetto narrativo dall’inizio alla fine? Infatti, come scopre chiunque prova a buttarsi in un’ordalia del genere, la vera difficoltà non è avere l’idea, bensì è avere la costanza e l’energia per concretizzarla in un prodotto di senso compiuto.

Partiamo da una doverosa premessa: cos’è un libro? Una domanda apparentemente facile, ma che nasconde degli spunti interessanti. Un libro è un progetto, che può essere narrativo (romanzi, racconti, saghe, poesie, etc) o non narrativo, nel caso della saggistica o dei libri scolastici – per ragioni pratiche escludo questa grande categoria, perché segue regole molto diverse. Per ora concentriamoci sulla narrativa.

Ci sono quindi due concetti diversi che confluiscono in un libro: “progetto”; “narrativo”.

Un libro è prima di tutto un progetto. È un percorso di eventi e azioni, coordinato seguendo delle regole – o rompendole all’esigenza – e che ha un inizio, una fine e dei risultati.

Questo concetto è superiore a qualsiasi altro. Una raccolta di poesie è un progetto, la poesia stessa è un microprogetto. Un romanzo, un racconto, un testo teatrale: sono tutti progetti, più o meno lunghi, più o meno complessi.

L’aspetto narrativo soggiace a quello progettuale. Questo perché anche avendo un’idea forte o una storia eccezionale, senza l’approccio progettuale è infattibile concretizzarla.

E cosa s’intende per Narrativa? Raccontare una storia. “Narrare” una storia.

Una storia può essere di 3 parole, come di 3 milioni. Può essere in rima o cantata o recitata. Può essere scritta a elenchi puntati o con lunghi paragrafi. Una storia è l’elemento primordiale della fantasia.

Quindi, un libro è ciò che nasce quando imbrigli la fantasia in un percorso che inizia, poi finisce e viene letto da qualcun altro.

Ora vi darò qualche consiglio per progettualizzare la fantasia.

Passione e costanza

Si legge in giro di tutto riguardo la scrittura di un libro. Fioccano i consigli di ogni genere, ma emerge un pensiero dominante con cui non concordo affatto. Cioè che per essere un “bravo” scrittore, bisogna fare sacrifici. Che sia necessario abbandonare o relegare altre passioni per dedicare più tempo alla scrittura, che si debba rubare tempo alle relazioni sentimentali o d’amicizia.

Non è affatto vero.

Certamente serve tempo, e tanto. Questo è innegabile. Scrivere pagine occupa molte ore. Il libro che ho scritto più velocemente, Piano Rupe, l’ho completato in esattamente 4 settimane – parlo della scrittura senza editing né riletture, e sono circa 140 pagine A5. In pratica ricade nel regno dei racconti lunghi, ma ha comunque la struttura di un romanzo.

Quattro settimane sembrano pochissime, ma non ho passato un giorno senza scrivere almeno 3 o 4 ore. Posso quindi stimare che ci siano volute poco più di 100 ore di lavoro per scriverlo.

100 ore vanno trovate, in un mese… effettivamente ho fatto solo questo!

Ma per fare un esempio diverso, il terzo libro di Mordraud è stato scritto in circa 18 mesi, e sono circa 600 pagine A5. Una media di 33 pagine al mese, circa 1 al giorno. Poco più di 400 ore di lavoro, con i miei tempi soliti di scrittura giornaliera che si erano ridotti a meno di un’ora al giorno.

Ovviamente non è vero che ho scritto così poco e distribuito così equamente: capitava il weekend da 12 ore filate, come la settimana vuota. Anche un mese vuoto.

scrivere un libro

 

Parliamo di tempistiche che possono permettersi chiunque senza particolari condizioni, se non quello di aver voglia di fare.

Il tempo verrà con la passione. Scrivere può dare dipendenza! Sarai tu, scrittore, a non considerare tempo sacrificato quello che recuperi da altre tue attività. Sarà quello che vuoi fare. Per cui, è una questione che viene ben dopo la fatica degli inizi.

Possono iniziare tutti, il tempo c’è.

Quello che ci vuole è voglia.

Ma chi leggerà questa guida, probabilmente è dotato già della voglia giusta .

Bisogna trovare gradevole stare seduti alla propria scrivania per ore, lavorando al PC, magari ascoltando musica.

Questo, per iniziare. Dopo ci si dovrà impegnare un po’ di più, ma ci arriviamo più avanti.

L’ordine prima di tutto

Un progetto narrativo si affronta come un qualsiasi altro progetto: con ordine. Il mio primo consiglio è di usare lo strumento delle mappe mentali per mettere giù una scaletta di cose da fare, per intavolare l’idea e magari per scrivere una timeline, sia personale di lavoro, sia riguardante la trama.

Perché una timeline? Perché darsi obiettivi realistici aiuta a spronarsi. Puntare, ad esempio, a scrivere la prima parte di una storia entro una stagione, può essere un bell’obiettivo a cui tendere e verso cui sentire una certa tensione. Avere uno scopo è molto utile in un progetto.

Le mappe mentali sono uno strumento eccelso perché ti permettono di visualizzare un insieme di conseguenze e di azioni in un modo che avvantaggia il pensiero analitico. Un’idea narrativa diventa un albero di azioni e di conseguenze, rivelando quali sono i punti a cui non si è pensato o che necessitano di motivazioni o chiarimenti. Le mappe mentali aiutano immensamente la coerenza.

Io uso Xmind, popolare software di mappe mentali.

La mappa mentale è il primo strumento che lo scrittore ha nel suo carnet, ed è quello che gli permette di intavolare l’idea e vedere il progetto da fuori.

Un altro strumento che consiglio, in via più personale, è di lavorare in ordine, con una scrivania il più possibile dedicata e con le proprie cose a posto. Queste accortezze aiutano a calarsi nell’azione di scrivere, trasformandola in una routine. Il luogo dove si scrive diventerà ben presto un letamaio di cartacce, bottiglie, appunti e quant’altro, ma anche qui consiglio di prendersi momenti frequenti per dare una sistemata. C’è chi dice che ognuno ha il proprio caos personale, ma per esperienza, l’ordine batte il caos quando si lavora a un progetto.

Nota: non serve un PC performante per scrivere. Si può usare qualsiasi cosa dotata di un software di elaborazione di testo. Può essere un portatile, un PC fisso, un tablet con tastiera, anche uno smartphone. Io ho sempre lavorato con portatili di varie dimensioni, dal 14 pollici in su, o su PC fissi fra i 21 pollici e i 27 pollici. Lavorare in grande aiuta molto e affatica meno gli occhi. La potenza della macchina è ininfluente, basta che supporti Microsoft Word (che consiglio), Open Office o un elaboratore online come Google Documents. Consiglio comunque MS Word o Open Office perché la formattazione del testo ottenibile è più vicina al prodotto finale.

Come elaborare un’idea

Ci sono tanti modi per creare una possibile storia. Magari si dispone di un’idea iniziale incompleta che pare entusiasmante, ma non si sa come renderla “letteraria”. In questa fase possono tornare di nuovo utili le mappe mentali. È il mio metodo abituale per sviluppare trame: imbastisco una mappa caotica con solo le idee sparse, poi vedo come collegarle.

Anche una radice infinitesima di un’idea può essere sviluppata. Un modo pratico per farlo è porsi una raffica di domande Ad esempio:

L’idea è: viviamo dentro un videogioco. Il fuori non lo ricordiamo più.

Quando? Ce lo siamo dimenticati, perché le date ora seguono le logiche del videogioco.

Dove? Tutto il mondo.

Chi è al centro della storia? Una persona che capisce come uscire.

Chi lo aiuterà? Amici di chat

Chi si opporrà? Il creatore del videogioco

Che vita fa il protagonista? Spiantato, di solito gioca per soldi

Dove vive? Un posto squallido, in un quartiere pericoloso

Cosa sta facendo ora? Sta facendo colazione, scrolla un feed

 

E via andare. Ci si pone domande sensate e ci si dà una risposta. È un po’ come parlare con se stessi molto intensamente. Se non si riesce a rispondere a una domanda, si mette una bella X e così è chiaro dove bisogna lavorare di più per trovare delle soluzioni. Dopo essersi fatti tutte le domande possibili si ottiene una prima mappa funzionale dove, a colpo d’occhio, si intravede una storia in sviluppo. L’estetica delle mappe parla quanto il contenuto stesso.

Protip – l’ultima domanda nel mio esempio è il pretesto per avere un’idea sul primo capitolo, sull’inizio. Immaginare cosa sta facendo il protagonista, come se fosse un suo giorno come un altro, è un trucco utilissimo per calarsi in un evento iniziale.

Ognuna delle domande è un nodo della mappa mentale, e da lì si diramano mille altre note minori. Ad esempio, Dove vive? Si apriranno in una miriade di ragionamenti sull’estetica del posto, cosa c’è in giro, gli esterni, i rumori, etc.

Una buona idea, quando ancora non si è partiti a scrivere, è di ragionare solo su un nodo quando si ha un po’ di tempo “di qualità”. Si sviscera una questione minore e si riempie il nodo della mappa con tante suggestioni. Poi, si passa a un altro, avanti così fino a popolare l’intera mappa.

Da qui, partono i collegamenti fra le domande.

I nodi diventano interconnessi. Devono succedere eventi che motivano tali connessioni, quindi si ragiona su delle scene. Ad esempio, seguendo la minitrama di prima, ci si dovrebbe iniziare a chiedere se il protagonista ha altri che lo aiuteranno, e come si conoscono. Come si frequentano, cosa fanno. Il motivo per cui si troveranno coinvolti insieme, e così via.

Quando un romanzo è completato “sulla mappa”, si percepisce a colpo d’occhio. Non si trova più nulla da aggiungere, se non forzando. Si procede a rileggere tutto e ad asciugare: ci sono nodi che sono diventati troppo congestionati di cose, che magari non servono nemmeno, per cui si cancellano rami secchi o idee poco avvincenti e superate da altre migliori.

Una mappa mentale completa è un’opera d’arte. Se mai vedrete un vostro romanzo in mappa, capirete cosa intendo.

Concretizzata l’idea, ecco che si parte a lavorare.

Iniziare dalla fine

Bene, abbiamo aperto le nostre mappe mentali, messo giù le idee, ragionato su quale sia il possibile inizio e dove potrebbe andare a parare la storia, identificato qualche personaggio chiave, ragionato su chi e come potrebbe incontrarsi o scontrarsi, eccetera. Manca ancora “la carne sull’osso”, cioè le migliaia di parole che serviranno a dare corpo alla nostra bellissima mappa, ma è già qualcosa.

Abbiamo anche deciso che la storia passerà da alcuni momenti particolari, e lì tendiamo come obiettivo: vogliamo arrivare alla morte di X o alla fine del percorso Y entro, ad esempio, un mese. Questo per spronarsi a mettere il fondoschiena davanti al computer ed a rubacchiare un’ora che si sarebbe passata a cincischiare con il telefono.

Insomma, si parte.

Prima questione da affrontare. Da dove si inizia? La risposta ovvia sarebbe: dal primo capitolo. Dall’inizio, insomma.

Questo non è necessariamente vero.

Paradossalmente, io consiglio sempre di partire dalla fine. Cioè, scrivere il potenziale momento finale della storia che si ha in mente.

È una scelta inusuale, ma ha sempre pagato.

partire dalla fine

Iniziare dalla fine ha numerosi vantaggi. Il primo, colossale, è che se la fine di una storia è stata già battezzata, sarà molto più facile orientare la storia stessa al suo raggiungimento. Uno dei problemi più grossi nell’ambito della scrittura è iniziare senza sapere la fine di qualcosa. E anche se la fine è teorizzata, finché resta vaga è troppo debole, è un obiettivo troppo fumoso. La fine va messa giù così come dev’essere, il più possibile dettagliata con gli elementi che si desidera abbiano il loro ruolo negli eventi. Successivamente, quando si ripartirà dall’inizio, si saprà già dove sarà necessario andare a parare, ed è una comodità pazzesca a livello pratico.

Il secondo motivo per cui è consigliabile partire dalla fine, è motivazionale. Non solo la trama è più indirizzata se c’è un finale già scritto, bensì c’è l’aspetto umano da considerare. Avere una fine da raggiungere, un obiettivo già tracciato, è un aiuto enorme a tirare fuori voglia e determinazione. Partire senza sapere dove si va è bello, ma solo quando si viaggia. Nell’affrontare un progetto, la mancanza di una visione finale è letale per la buona riuscita dello stesso.

Questo non implica che iniziare dall’inizio sia sbagliato! Tutt’altro, è anche il metodo più comune. Però se si è alle prime armi e la determinazione può essere un problemino, partire dalla fine è una panacea.

I tempi di un progetto

Una volta partiti a scrivere, si direbbe che il peggio è passato. Soprattutto per chi non l’ha mai fatto prima, l’avvio è il momento più traumatico. Il celebre blocco del foglio bianco, quando non si ha ancora messo giù neanche una parola e non si sa come iniziare. Ed è vero, anche quando si è più navigati: l’inizio di un nuovo progetto, che si parta dalla fine come consigliavo oppure no, è un momento fondamentale che, una volta superato, spiana la strada al resto del lavoro. Solitamente, le prime pagine dopo aver superato il blocco iniziale volano che sono un piacere. Si arriva ben presto a concretizzare qualcosa, spinti dall’onda ancora intensa delle proprie idee, della storia su cui si è tanto fantasticato.

Ma la spinta iniziale, inevitabilmente, rallenta.

Certi sviluppi che si erano decisi in fase iniziale, appaiono ora non funzionali. Certe scelte sono state negate da decisioni estemporanee prese durante la scrittura. I personaggi e le storie cambiano anche in base al momento, a ciò che si vive fuori dalla scrittura. Così, ci si trova a prendere decisioni che deviano dall’idea iniziale. Forti di aver già scritto la fine, se avete seguito il consiglio, sapete che una deviazione, dovrà comunque tornare a campo-base, magari con sviluppi a cui non avevate mai pensato.

In questa fase, di solito la produzione rallenta molto. Le pagine che i primi giorni venivano divorate, diventano più rade. Si scrive qualche giorno di meno, ci si ferma un po’ per riflettere.

Questo è il vero momento mortale per ogni progetto narrativo.

Quando, essendo calata la spinta iniziale, si inizia ad andare a un passo più misurato.

rallentare

Ci sono situazioni particolari in cui non capita: ad esempio, dopo parecchia esperienza si tende a procedere a un passo piuttosto regolare. Io in media scrivo 5-6 pagine ogni volta che scrivo, che mediamente è nei weekend. Ci sono libri particolari che ho scritto con grande foga, senza mai pause, ma di solito accade anche a me il momento di freno, di rallentamento.

Quando capita, è bene aggrapparsi all’aspetto più tecnico e programmatico del progetto: gestire il rallentamento e non farsi scoraggiare. Darsi obiettivi più brevi. “Scrivere qualche pagina il sabato, dedicarci il giovedì sera, fare un capitolo a settimana”, sono esempi di obiettivi di breve termine che aiutano a mantenersi fiduciosi e attivi.

Se ci sono dubbi sulla trama, piuttosto ci si ferma qualche settimana e si lavora solo su nuove mappe mentali, con cui si rifà il punto della situazione e si studia come le strade si sono complicate o ramificate. Si lavora molto di pensiero: è importante pensare il più spesso possibile alla propria storia, immaginando gli eventi già successi e intuendo dove potrebbero andare a parare.

Inciso – Sicuramente c’è chi ha una trama completa e ben chiara sin dall’inizio, ma per esperienza, è assai frequente trovarsi di poterla o doverla cambiare per creare qualcosa di più efficace e interessante. Essere troppo innamorati della propria idea iniziale è lesivo per la qualità finale del testo. Meglio seguire il flusso del progetto e adattarlo agli sviluppi del vero lavoro della scrittura, che non è di certo la fase iniziale delle idee.

Solitamente, capita che una volta superata la parte centrale del lavoro – quella che va da un terzo della trama fino a due terzi di essa – parta uno sprint causato dall’aver maturato tante idee buone nella fase di costruzione centrale. Complice anche il percepirsi della fine, si tende a essere più motivati e prolifici. Bisogna qui ricordarsi di non correre. Verrebbe la tentazione di arrivare al pallino il prima possibile, ed è quello che succede spesso (vedasi la tipica critica: “storia partita benissimo, fine frettolosa e tirata via”). La fine si tende a trascurarla per una complessità di motivi, fra cui il bisogno fisico di finire, l’euforia di intravedere il successo, la storia che ormai si è incasellata in ogni suo punto. Quindi, è il caso di soppesare bene i passi che portano alla congiunzione con il finale, che magari è già stato scritto.

La vita intorno alle idee

Quando si inizia a scrivere, è tutto un fiorire di appunti, idee improvvise, considerazioni e suggestioni che fioccano continuamente. Sotto la doccia, mentre si guida. I momenti morti diventano popolati di pensieri. In questa fase, è importante valorizzare le idee e tenerne traccia in maniera profittevole.

Prima di tutto, si ragiona in termini di workflow. L’idea viene all’improvviso, va catturata. Poi va catalogata e archiviata in modo da essere utile.

La gran parte delle idee che vengono archiviate, in fondo non generano nessuna utilità. Ma l’atto di averlo fatto in maniera ragionata, fa sì che l’idea persista a lungo e venga messa in atto quando sarà il momento di introdurla. È un meccanismo mentale classico. L’atto stesso di catturare un’idea, ti fa ricordare quell’idea in maniera più persistente.

In questi frangenti è fondamentale disporre di un programma di note evoluto, e che sia usato solo per il progetto / i progetti narrativi. Il proprio programma personale dovrà essere un altro. L’ambiente delle note per la scrittura deve essere un’entità propria. Questo per, appunto, valorizzare il fenomeno di cui sopra.

Ci sono migliaia di strumenti o app che servono per prendere note, non importa quale usiate, l’importante è che almeno permetta due livelli per ogni nota: in pratica, una nota può chiamarsi XXXXXX come il nome del personaggio, e dentro ci sono le relative sottonote. Il top sarebbero tre livelli, con un livello superiore per il nome del progetto generale (PROGETTO – NOTA  – SOTTONOTE). Io uso Ticktick e Zoho, il primo per la catalogazione di tutte le idee testuali dei miei progetti, il secondo per le note audio, che poi vengono lavorate in seguito.

Protip: la cosa più efficace è prendere l’idea con qualsiasi strumento a disposizione sul proprio smartphone, io ad esempio uso il calendario e creo un evento al volo. Poi, la sera, archivio le varie idee nei due programmi sopracitati.

Quando arriverà il momento della fase centrale dove si è alla ricerca di soluzioni per andare avanti, si potranno studiare le note e vedere tutte le idee inerenti a quell’argomento.

Argomento note vocali: io le trovo molto utili, ma hanno lo svantaggio di dover essere trascritte, oppure devono avere un titolo estremamente chiaro che anticipa il contenuto dell’audio. Io le uso nelle fasi iniziali, quando sto solo lavorando intorno all’idea centrale. Poi perdono di utilità, sostituite in maniera massiccia da brevi appunti su dei momenti che vorrei mettere in trama.

Argomento note scritte a mano: io non sono un amante delle note cartacee. Sono scomode e se non vengono rapidamente trascritte, perdono di utilità perché non si possono catalogare né archiviare efficacemente. Certo che un bel taccuino di note è un oggetto meraviglioso, ma credo soddisfi più l’estetica dello scrittore che il lavoro dello stesso. In ogni caso, anche con le note cartacee è possibile operare con accortezza e organizzare in maniera funzionale gli appunti. L’importante è catalogare e archiviare con giudizio e con una progettualità in testa.

Il mio tipico spacchettamento di note:

Affrontare il testo

Dico per prima la questione più scottante. Rileggere o no, prima di arrivare alla fine?

No.

Solitamente si consiglia di rileggere cosa si è scritto in precedenza, sistemarlo e solo poi andare avanti. Per me è lesivo. Meglio scrivere seguendo il flusso della propria produzione, lasciandosi prendere dallo scrivere e basta. Alla fine, si farà apposta una prima lettura esclusivamente di coerenza.

Rileggere le proprie cose è la prima causa di morte del neofita: il blocco perché ci si crede incapaci.

Trovare errori, brutte frasi, stupidate che sono passate inosservate mentre si crea, sono tutti inciampi che causano grande insicurezza sui propri mezzi. Ci si sente inadeguati o ignoranti. Mette in uno stato mentale improduttivo e insoddisfatto. È più sensato andare sempre avanti, senza mai tornare indietro a leggere – a meno che sia necessario per ricordarsi dove si è arrivati.

La prima lettura sarà un’esperienza piuttosto… orrenda, ma almeno la produzione sarà stata più fluida e piacevole, godendosi la bellezza del creare scrivendo.

Gli elementi classici della scrittura sono gli stessi da sempre:

  • I dialoghi
  • Le descrizioni
  • La fluidità dello stile
  • La proprietà linguistica
  • L’equilibrio

I dialoghi, se presenti, devono essere immaginati come reali, non scritti con delle pesantezze che ne fanno perdere la freschezza e l’immediatezza. Si deve usare con una certa regolarità l’indicazione di chi sta parlando, ad esempio:

«Coprimi, sono dietro di noi!» disse Frank.

«Ok, ma sta attento» rispose John.

«Ehi, non spingere!»

«E tu non arretrare, cretino.»

Frank tirò un calcio come un asino.

«Sei un cretino» ribadì John.

Bisogna alternare il modo in cui si descrive un dialogo, evitando di usare troppe volte le locuzioni “disse, chiese” etc e costruendo la scena per permettersi degli scambi più affilati.

I dialoghi sono la tipica abilità che cresce con l’esperienza e con il gusto. Sono l’elemento più “cinematografico” di un testo.

dialogo

Le descrizioni sono il primo errore del novizio. Descrizioni lunghissime e con troppe parentetiche, gonfie e prolisse. Anche descrivere si imparano con l’esperienza, ma di sicuro il consiglio primario è quello di trattenersi. Si tende sempre a descrivere un po’ troppo. Bisogna cercare di andare al punto il più spesso possibile, e magari programmare una descrizione più lunga per arricchire solo certi momenti dove serve contestualizzare un po’. La descrizione dell’ambientazione generale del libro va dosata, non ficcata ovunque. Nessuno vuole 10 pagine iniziali con pochi eventi e solo descrizione di un mondo che ancora non si conosce. Consiglio di dare più valore alle azioni e agli eventi, e di usare queste per descrivere a piccole dosi. Il solito show don’t tell.

La fluidità è una questione personale e di stile, ma una cosa è certa: una buona scrittura tende a fluire. Il lettore deve essere portato avanti senza il sentore di essere trascinato, o di doversi trascinare egli stesso. Questo si impara con l’esperienza, nient’altro. Non serve aver letto tanto, per scrivere. Aiuta, certo. Ma può anche essere fonte di problemi, ad esempio di emulazione troppo sfacciata, o di una sorta di senso come di posticcio, di incollato un po’ a forza. Lo stile personale emerge scrivendo, non leggendo.

La proprietà linguistica, invece, deriva dall’aver letto buoni libri – non importa quanti, ma che siano di qualità. La proprietà linguistica deriva anche e soprattutto dalla cultura di base e dagli studi inferiori e superiori. Si può migliorare studiando, ogni qualvolta si hanno dei dubbi, i motivi per cui si debba o meno scrivere in un determinato modo: su internet si trovano tantissimi articoli che indagano le particolarità di certe forme grammaticali e logiche italiane. Un vocabolario personale ricco e profondo è estremamente utile.

L’equilibrio è anche questo un fattore personale. Una trama è ben bilanciata quando inanella una serie di eventi che si susseguono alternando fasi più riflessive e di costruzione dei personaggi, a momenti più dinamici che tengono alta la tensione del lettore. Non si deve avvertire prevedibilità in quello che succede, ma nemmeno gli eventi devono essere troppo scollati e dispersi. Un tipico problema dei fantasy, ad esempio, è di avere tanti personaggi e di doverne/volerne portare avanti le storie alternandoli fra loro. Questo meccanismo può piacere se è ben fatto, ma quando prolifica in una cacofonia di punti di vista e di trame secondarie, diventa ostico da seguire e insoddisfacente.

Punti di Vista

La questione POV, o Punti di Vista, merita un approfondimento a sé.

Ci sono due modi tipici per descrivere qualcosa, e cioè tramite la prima persona, oppure tramite la terza persona (onnisciente o no).

La prima persona (ad esempio: Mi trovo in un ufficio postale. Davanti a me c’è un tizio in pelliccia, una singola luce in alto lampeggia a intermittenza mentre delle mosche le ronzano intorno) è un punto di vista dinamico e generalmente più rapido e istintivo. Dona meno occasioni per descrivere, per cui è difficile da padroneggiare se si deve nel contempo presentare un mondo e un contesto piuttosto complicato. Inoltre, è parecchio difficile usarlo se si desidera avere due (o più) personaggi attraverso cui narrare la storia. Questo perché rende difficile separarli. È usato spesso in romanzi d’attualità, Sci-Fi o Noir / Crime.

La terza persona (ad esempio: Paolo si trovava in un ufficio postale. Davanti a lui c’era un tizio in pelliccia. Una singola luce in alto lampeggiava a intermittenza mentre delle mosche le ronzavano intorno) è un punto di vista che pone l’osservazione fuori dal personaggio, e questo consente di avere più personaggi che si muovono nel libro e di seguirne lo sviluppo capitolo dopo capitolo. È un metodo davvero classico del fantasy.

Manca la questione dell’onniscienza o meno. Per onniscienza si intende se il lettore abbia contezza dei pensieri dei personaggi, oppure no. È una distinzione un po’ troppo netta, a mio avviso. Si può rendere pubblico il pensiero di uno o più protagonisti ma tacere su altri, oppure nascondere determinati pensieri che poi possono diventare successivamente dei colpi di scena . Credo che l’onniscienza, o l’assenza di essa, sia un elemento con cui giocare per soddisfare le esigenze di trama e dare l’esperienza migliore al lettore.

Riletture, editing e formattazione

Siamo arrivati finalmente in fondo all’opera. Abbiamo sudato sette camicie ma ci siamo: ora cosa c’è da fare?

La parte brutta.

Prima di tutto, consiglio di prendersi qualche settimana alla fine di un progetto per “spurgare” un po’. Si è troppo coinvolti con il testo per rileggerlo. Non si è obiettivi. Poi, ci si arma di pazienza e si fa una prima lettura, a schermo, solo di coerenza. Serve per capire se si è stati chiari, se ci sono parti che debbano essere sistemate o ritoccate o gonfiate, e anche per correggere i primi errori grossolani. Questa è fra le parti più dure per un provetto scrittore: molto spesso, cioè che si è fatto sarà insoddisfacente.

Nota: sto ovviamente escludendo l’ipotesi di avvalersi di competenze esterne a pagamento, cosa che consiglio solo dopo numerosi libri corretti da sé. Lo stile si costruisce proprio qui.

Bisogna armarsi di pazienza e leggere con lo spirito proattivo di migliorare la propria opera, e non ci si deve sentire scarsi o inadeguati: la prima scrittura è molto grezza e viscerale, spesso trasandata. Ma dopo una buona prima lettura, sarà molto migliorata.

correggere

Ora viene il momento del secondo riposo dell’impasto: è consigliabile lasciare il libro da parte per un tempo congruo, nell’ordine di uno/due mesi, per poi rifare una lettura più attenta. Ci si è puliti gli occhi guardando film o leggendo altro, intanto si lascia decantare il progetto. Qui si correggeranno tanti errorini e soprattutto si rifiniranno frasi e descrizioni che “non piacciono più”, perché ci si rende conto che sono migliorabili.

Nota: consiglio di dare il libro da leggere a qualche persona che abbia interesse nel farlo, dopo la prima lettura. Questo per avere un parere anticipato sul lavoro. Ma due cose: la prima, datelo a pochi, pochissimi. Uno o due persone al massimo, fidate. E la seconda, devono essere molto contenti di farlo. Non forzate mai. Non chiedetelo in maniera insistente. Se non c’è nessuno che abbia voglia, fate senza, ma non forzate la gente a leggere la vostra roba. Diventerete ben presto la macchietta tipica dello scrittore emergente, cioè quello che parla sempre e solo dei suoi libri.

I loro consigli possono servire per tarare meglio la trama, ma fermatevi a consigli tecnici, non stilistici. Non serve un commento come “è bello” o “è scritto bene”. Serve sapere, facendo alcune domande mirate, se si sono capite certe cose e se altre funzionano a dovere.

Non aspettate la seconda rilettura per avere questi feedback: è meglio intervenire subito per poi fare la seconda rilettura con il testo definitivo.

Potenzialmente, si può andare avanti in questo modo ancora per una o due volte: pausa di decantazione, rilettura e rifinitura. Io però ho un metodo personale che vi propongo. L’ho soprannominato word crunch.

In pratica, si stila un elenco di parole da cercare nel testo che sono potenzialmente ripetute spesso o sono troppo ravvicinate fra loro. Perché si fa questo?

Un testo gradevole da leggere è il più possibile agile, con parole varie e non ripetute ogni poche righe, con aggettivi usati in maniera non esasperata e con un uso diradato degli avverbi (soprattutto –ente e derivati).

Ad esempio:

Paolo stava attentamente lavorando intorno a un oscuro macchinario grigio opaco usando coscienziosamente una chiave inglese arrugginita e sporca di vecchio grasso puzzolente. Lavorare era per lui un momento importante di raccoglimento personale, gonfio di suggestioni e di stimoli: la fatica spossante, la tattilità rugosa degli strumenti, la pace del momento da solo nell’officina buia.

È una frase troppo pesante, descrittiva e farraginosa. Alleggeriamola.

Paolo stava operando su un inquietante macchinario con una chiave inglese malandata e puzzolente. Lavorare era per lui un momento catartico, ricco di stimoli: la fatica, la rugosità degli strumenti, l’atmosfera polverosa, la pace solitaria dell’officina.

I contenuti sono i medesimi, ma il testo è più fluido: è stato necessario trovare tutte le parole inutili e ripulirle, eliminandole o variandole.

Per operare queste migliorie, il word crunch è l’ideale. Nell’elenco di parole da cercare ci sono tutti quegli aggettivi, locuzioni, avverbi etc che di solito sono ridondanti. Imparerete con l’esperienza a implementare la vostra lista di parole ripetute. Ma alcune sono proprio dei classici, ad esempio:

  • Poco, tanto, mai, sempre
  • Le parole con suffisso Ante, Ente, Enti Anti
  • Le parti del corpo, mani, piedi, occhi
  • Le azioni come guardare, scrutare, osservare, dire, chiedere
  • I rafforzativi (-issim) e i diminutivi (magrolina, boccuccia etc)
  • I colori
  • Piccola, grande

Usando la ricerca avanzata del proprio elaboratore di testo, è un lavoro lento e snervante, ma fattibile. È importante non lasciar perdere e tirare avanti, anche se ci vuole molto tempo.

Consiglio: scorrete il testo controllando quante volte avete usato certe parole dopo averle cercate, e provate a usare sinonimi o semplificazioni quando vedete dei risultati di ricerca troppo ravvicinati.

Se vi state chiedendo quante parole da controllare sono contenute nel mio elenco, ebbene… circa 900, accumulate nel corso delle revisioni di tutti i miei libri – ad oggi, 8. Quindi parliamo di un lavoro davvero massivo da fare. Generalmente mi occupa qualche mese.

Una volta completato il word crunch, dato che probabilmente non vorrete mai più leggere il vostro libro e lo odierete, è il caso di aspettare ancora qualche mese, per poi fare un’ultima lettura di controllo. Durante il word crunch possono capitare degli errori banali, come dei taglia/incolla o delle cancellazioni errate.

Dopodiché, il progetto libro è concluso.

Renderlo disponibile

Qui si apre un discorso molto vasto che merita un approfondimento particolare. Potete scegliere la via dell’autopubblicazione, che consiglio di esplorare.

Conclusioni

Come ho cercato di trasmettere, creare un libro è un’esperienza ricca di stimoli, con tante cose da imparare e da fare anche di contorno al mero atto di scrivere. Con tenacia, perseveranza e passione si può mettere in atto un progetto dall’inizio alla fine, con una sua coerenza, che lascia sempre qualcosa dentro chi è arrivato in fondo: sicuramente la consapevolezza di avercela fatta, inoltre insegna una forma mentis e educa al perseguimento dei propri obiettivi.

Un’esperienza che posso solo consigliare, per crescere e migliorarsi non solo come scrittore, ma come persona.